L’elogio dell’influenza (o affini)

Lavoro duramente tutto l’inverno per prendere l’influenza. E’ una missione costante che lascia poco spazio a svaghi. Con perseveranza è necessario contrariare tutte le raccomandazioni materne dai 5 anni in su. E farlo bene.

Purtroppo, nonostante il mio impegno (giuro), fallisco quasi sempre. I miei anticorpi sono addestrati per uccidere (senza il mio consenso ovviamente) e il virus dell’anno sgattaiola via come un branzino furbo dall’amo.

Ora, le mie preghiere sono state ascoltate e non ho preso l’influenza ma almeno una colica. Di quelle che la cura prescritta è “stare a letto finchè non ti passa”… che è favorevolmente soggettivo.

Si sta da dio: sotto le coperte senza sentirmi in colpa, assuefatta dall’antidolorifico,  piagnucolante quando serve, schiavizzante il mio fidanzato che per una volta non osa reclamare e fa anche i doppi turni di lavatrice, coccolata a distanza dagli amici ma solo quando ho voglia di rispondere al telefono.

Ho un sacco di tempo in solitudine per me e nessuna remora nello sperperarlo: guardo serie televisive sceme, film piu impeganti che non avrei mai avuto la forza di guardare, spolvero la mia collezione di occhiali da sole, concludo mail messe in bozza da settimane, appendo (anzi faccio appendere!) i quadri che giaciono da settimane in mezzo alla stanza,…

Quindi: dio benedica le coliche!

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